- Montepaschi di Siena, Banca121, Semeraro,
Colaninno, De Bustis, D’Alema, Cecchi Gori & compagni
di Mauro Bottarelli
È di martedì la notizia, riportata in prima pagina da la Padania di
ieri, delle dimissioni del direttore generale del Monte dei Paschi di
Siena (Mps), Vincenzo De Bustis. Pur dovendo attenerci alle motivazioni
ufficialmente addotte dall’interessato per giustificare il proprio
addio, a nessuno è sfuggita la strana concomitanza temporale con la
richiesta da parte di due associazioni di consumatori di risarcimento
per i consumatori che hanno sottoscritto prodotti-bidone quali “4you” e
“My Way” offerti dalla controllata dell’Mps, Banca 121 (già Banca del
Salento). Di più, l’ex presidente di “Banca 121”, Giovanni Semeraro,
risulta indagato per truffa nell’ambito delle indagini della Procura di
Lecce proprio sul servizio bancario “My way”. Una storia di banche e di
inchieste che affonda le sue radici nel tempo e che incrocia destini
politici illustri: il Monte dei Paschi di Siena è, infatti, la
“cassaforte” dei Ds. O almeno lo è stata. O almeno lo è stata per una
parte del partito. Tant’è, la dietrologia al riguardo si spreca. Noi,
invece, vi raccontiamo una storia differente. Quella di un istituto di
credito, la Banca del Salento, acquistata nel 1999 da Monte dei Paschi
di Siena per 1.250 miliardi di euro (circa 2.500 miliardi di vecchie
lire, fonte la Repubblica del 10 settembre 2002 nella cronaca di Bari) e
divenuta, in un eccesso di esaltazione da new economy, Banca 121. Una
bella cifra, non c’è che dire: che contrasta però con quanto affermato
dalla banca-dati telematica “Investire.net”, secondo la quale
l’acquisizione sarebbe costata 1.600 miliardi di lire così ripartiti:
seicento cash e mille con azioni Mps mediante un aumento di capitale
riservato. Quanto è costata, in realtà, l’operazione? La differenza,
capite, è di quasi mille miliardi: non bazzecole. Ma proseguiamo nel
nostro ipotetico scenario.
Siamo agli inizi del 2000 e il Monte dei Paschi di Siena, fresco di
acquisto della leccese Banca del Salento, diviene partner dell’Euro
Media Venture Fund, un fondo con una dotazione iniziale di 100 milioni
di dollari da investire dal febbraio seguente nel campo delle nuove
aziende legate a Internet e alla Silicon Valley. Un’avventura che vede
Monte Paschi muoversi in maniera determinata sul mercato statunitense
(da Lecce e dintorni a Washington e dintorni, un bel salto molto in voga
all’epoca) dopo essere divenuto anche azionista della Bell, finanziaria
con sede in Lussemburgo che controlla il gruppo Olivetti-Telecom. Mps
rileva il 10,09%, i fratelli Lonati il 2,15%. Il Montepaschi, anche
tramite la controllata Bam (Banca Agricola Mantovana) di cui Ettore
Lonati e Roberto Colaninno sono consiglieri, nella primavera del 1999 ha
appoggiato la scalata a Telecom. All’epoca l’Unipol, assicurazione della
Lega-Coop, era entrata da oltre un anno nelle società lussemburghesi di
Colaninno e Gnutti, e quest’ultimo aveva comprato circa il 10% dell’Unipol
stessa. Gran bella storia questa dell’Unipol, vale la pena di
raccontarla. La Finsoe, finanziaria di circa 60 aziende del mondo
cooperativo della Lega delle Coop, controllata dai Ds e dalla Cgil, ha
infatti venduto per 120 miliardi l’8,8% del pacchetto azionario dell’Unipol
a Emilio Gnutti, finanziere d’assalto e nuovo padrone di Telecom. A
comprare in blocco l’8,8% della compagnia assicurativa bolognese fu
l’asse imprenditoriale che ha sostenuto la scalata di Colaninno in
Telecom. In particolare gli acquirenti sarebbero, con quote tutte
inferiori al 2%, la Gp Finanziaria (Gnutti), la Hopa, la Fingruppo
(tutte e tre hanno sede in Lussemburgo, ove Gnutti portava «borse piene
di miliardi», stando al Sole 24 ore del 27-2-99) e altre due società,
sempre riconducibili all’imprenditore bresciano. A quest’asse si
legherebbe anche il Monte dei Paschi di Siena (diretto fino a 6 mesi
prima da Luigi Spaventa, arbitro dell’Opa Telecom in quanto capo della
Consob), che era presente in Unipol attraverso la Banca agricola
mantovana (La Repubblica del 25-5-99), poi assorbita dall’Mps grazie
all’ok determinante del mantovano Colaninno, presente nel consiglio di
amministrazione della Bam. Un bell’intreccio, anche se alla fine i nomi
che spuntano sono sempre gli stessi: tranne uno, mai presente alla luce
del sole ma sempre presente in queste operazioni. Stessi luoghi: il
Salento, Mantova e poi New York, dove ha sede quella Chase Manhattan
Bank socia all’1,62 della società lussemburghese Bell di Gnutti e
company. Disse Roberto Colaninno il 24 agosto del 1999 alla platea del
Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini: «In 10 minuti dalla Chase
Manhattan Bank ebbi la lettera di garanzia per 25 miliardi di dollari
(oltre 45.000 miliardi di lire). Il vicepresidente John Lee mi disse
sorridendo: Roberto hai il tuo prestito. Se hai bisogno di qualcosa
chiamami. Questa è la dimostrazione che non è vero che i soldi non ci
sono, che il mondo non mette i soldi in Italia. I soldi ci sono, basta
avere idee e coraggio». E che coraggio, signori.
Ma veniamo a fatti un po’ più recenti, esattamente all’inizio di
novembre del 2001. Alla presentazione del bimestrale della scintillante,
ricca e superoperativa Fondazione ItalianiEuropei di Massimo D’Alema, le
cronache hanno notato la presenza di Vittorio Cecchi Gori: purtroppo,
però, non lo hanno pedinato. Avrebbero scoperto, ad un certo punto, che
l’ex magnate del cinema è stato prelevato e condotto in una stanza di
palazzo Borghese da Massimo D’Alema in persona e quindi introdotto alla
presenza del direttore del Monte Paschi di Siena, proprio Vincenzo De
Bustis. Le cronache più indiscrete dicono che il dalemiano di ferro De
Bustis fosse stato investito (da Baffino?) di risolvere i problemi
economici di Cecchi Gori, ad esempio scontare cambiali ipotecarie su
beni immobili di palazzo Borghese per 70 miliardi. Detto, fatto. E
bocciato. Davanti al no del consiglio di amministrazione del Montepaschi,
De Bustis “che come direttore generale può deliberare fino a 20
miliardi” non se l’è sentita di firmare senza l’unanimità del consiglio.
Sempre gli stessi personaggi, più qualche comparsa. E arriviamo ai
giorni nostri: De Bustis se ne va perché intende esaurito il proprio
mandato, la “banca del popolo” si trova nel mirino del popolo fregato
dai contratti all’epoca sponsorizzati da Sharon Stone e l’ex presidente
di Banca 121 (fu Banca del Salento, controllata Monte dei Paschi di
Siena) si scopre indagato per truffa dalla procura della Repubblica di
Lecce. Cosa c’entrano tutte queste cose insieme? Nulla, l’avevamo
anticipato: questo è uno scenario ipotetico, un collage di notizie che
vedono rincorrersi sempre gli stessi nomi e le stesse sigle. Un puzzle
cui manca un tassello: perché tra la valutazione e il costo effettivo
per l’acquisizione della Banca del Salento da parte di Mps c’è una
differenza di 1.000 miliardi di vecchie lire? Aspettiamo risposte,
meglio da un ufficio stampa che da uno legale. Se possibile.
Mauro Bottarelli
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