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 5 febbraio 2004 - da City Bari -

Storia di Raffaella: "Io,sordomuta,ingannata da Banca121"

Le hanno presentato "My Way" come "un rendimento sicuro , da affiancare alla pensione". Poi ha scoperto che il piano finanziario consisteva,tra l'altro,nall'accensione di un mutuo trentennale,con rischi di investimento a proprio carico e ingenti eborsi.E' la storia di Raffaella G.,35 anni,sordomuta,e per questo -secondo il legale che la difende e che ha presentato denuncia alla procura di Bari- tanto più vulnerabile e indifesa. Il suo è un caso emblematico fra quelli dei risparmiatori truffati per la sottoscrizione di prodotti finanziari emessi dalla ex Banca121.Nel 2003 , R.G. ha estinto il conto , dopo aver chiesto invano la revoca della disposizione dei prelievi .A sua insaputa è stata segnalata come debitrice alla Centrale rischi della Banca d'Italia,cosa che tuttora le impedisce di ottenere finanziamenti o mutui da qualsiasi istituto di credito.La donna,che si riserva di costituirsi parte civile,ha perso finora € 3600.     (ANSA)


13-1-2004
Deutsche Bank, De Bustis lascia?

di Big Trader

Vincenzo De Bustis, da pochi mesi numero uno della Deutsche Bank italiana, potrebbe dare presto le dimissioni. I magistrati pugliesi indagano su di lui in relazione all'inchiesta sui prodotti finanziari di Banca121 (De Bustis era a capo del gruppo Monte Paschi, che la Banca121 controlla). In più ora c'è la delicata questione del ruolo della Deutsche Bank nel crac Parmalat.

La vicenda pugliese si trascina da tempo. Banca121 è accusata di aver piazzato ai propri clienti prodotti finanziari che si sarebbero rivelati una truffa. In questo senso, prima è esploso lo scandalo dei prodotti “My Way” e “For you”, piazzati sia dalla 121 che dalle altre banche del gruppo Mps. Poi quella delle offerte a nome ingannevole: si vendevano prodotti come il “Btponline” che nulla avevano a che fare con i Btp, i “tranquilli” titoli del Tesoro, ma che invece rappresentavano investimenti ad alto rischio. Proprio per quest’ultima storia De Bustis è finito sul registro degli indagati.

A rendere teso il clima in casa Deutsche Bank c’è poi il Parmacrac. La banca è stata tirata in ballo e deve spiegare parecchie cose. Come, per esempio, quel blitz portato a termine dagli uomini di De Bustis quando la crisi si era già aperta con il quale l’istituto di credito salì improvvisamente al 5% del capitale della Parmalat. Salvo poi tornare sotto il 2% pochi giorni prima di Natale.

Insomma, non pare essere un momento sereno per la Deutsche Bank. E proprio De Bustis potrebbe finire per pagare presto il conto di una situazione che complessivamente appare così distante da quell’immagine rigorosa, teutonica, che la Deutsche Bank ha sempre avuto nel nostro Paese.

 

Pesano vicende Banca121 e Parmalat
 
  • Montepaschi di Siena, Banca121, Semeraro, Colaninno, De Bustis,  D’Alema, Cecchi Gori & compagni
    di Mauro Bottarelli

È di martedì la notizia, riportata in prima pagina da la Padania di ieri, delle dimissioni del direttore generale del Monte dei Paschi di Siena (Mps), Vincenzo De Bustis. Pur dovendo attenerci alle motivazioni ufficialmente addotte dall’interessato per giustificare il proprio addio, a nessuno è sfuggita la strana concomitanza temporale con la richiesta da parte di due associazioni di consumatori di risarcimento per i consumatori che hanno sottoscritto prodotti-bidone quali “4you” e “My Way” offerti dalla controllata dell’Mps, Banca 121 (già Banca del Salento). Di più, l’ex presidente di “Banca 121”, Giovanni Semeraro, risulta indagato per truffa nell’ambito delle indagini della Procura di Lecce proprio sul servizio bancario “My way”. Una storia di banche e di inchieste che affonda le sue radici nel tempo e che incrocia destini politici illustri: il Monte dei Paschi di Siena è, infatti, la “cassaforte” dei Ds. O almeno lo è stata. O almeno lo è stata per una parte del partito. Tant’è, la dietrologia al riguardo si spreca. Noi, invece, vi raccontiamo una storia differente. Quella di un istituto di credito, la Banca del Salento, acquistata nel 1999 da Monte dei Paschi di Siena per 1.250 miliardi di euro (circa 2.500 miliardi di vecchie lire, fonte la Repubblica del 10 settembre 2002 nella cronaca di Bari) e divenuta, in un eccesso di esaltazione da new economy, Banca 121. Una bella cifra, non c’è che dire: che contrasta però con quanto affermato dalla banca-dati telematica “Investire.net”, secondo la quale l’acquisizione sarebbe costata 1.600 miliardi di lire così ripartiti: seicento cash e mille con azioni Mps mediante un aumento di capitale riservato. Quanto è costata, in realtà, l’operazione? La differenza, capite, è di quasi mille miliardi: non bazzecole. Ma proseguiamo nel nostro ipotetico scenario. 
Siamo agli inizi del 2000 e il Monte dei Paschi di Siena, fresco di acquisto della leccese Banca del Salento, diviene partner dell’Euro Media Venture Fund, un fondo con una dotazione iniziale di 100 milioni di dollari da investire dal febbraio seguente nel campo delle nuove aziende legate a Internet e alla Silicon Valley. Un’avventura che vede Monte Paschi muoversi in maniera determinata sul mercato statunitense (da Lecce e dintorni a Washington e dintorni, un bel salto molto in voga all’epoca) dopo essere divenuto anche azionista della Bell, finanziaria con sede in Lussemburgo che controlla il gruppo Olivetti-Telecom. Mps rileva il 10,09%, i fratelli Lonati il 2,15%. Il Montepaschi, anche tramite la controllata Bam (Banca Agricola Mantovana) di cui Ettore Lonati e Roberto Colaninno sono consiglieri, nella primavera del 1999 ha appoggiato la scalata a Telecom. All’epoca l’Unipol, assicurazione della Lega-Coop, era entrata da oltre un anno nelle società lussemburghesi di Colaninno e Gnutti, e quest’ultimo aveva comprato circa il 10% dell’Unipol stessa. Gran bella storia questa dell’Unipol, vale la pena di raccontarla. La Finsoe, finanziaria di circa 60 aziende del mondo cooperativo della Lega delle Coop, controllata dai Ds e dalla Cgil, ha infatti venduto per 120 miliardi l’8,8% del pacchetto azionario dell’Unipol a Emilio Gnutti, finanziere d’assalto e nuovo padrone di Telecom. A comprare in blocco l’8,8% della compagnia assicurativa bolognese fu l’asse imprenditoriale che ha sostenuto la scalata di Colaninno in Telecom. In particolare gli acquirenti sarebbero, con quote tutte inferiori al 2%, la Gp Finanziaria (Gnutti), la Hopa, la Fingruppo (tutte e tre hanno sede in Lussemburgo, ove Gnutti portava «borse piene di miliardi», stando al Sole 24 ore del 27-2-99) e altre due società, sempre riconducibili all’imprenditore bresciano. A quest’asse si legherebbe anche il Monte dei Paschi di Siena (diretto fino a 6 mesi prima da Luigi Spaventa, arbitro dell’Opa Telecom in quanto capo della Consob), che era presente in Unipol attraverso la Banca agricola mantovana (La Repubblica del 25-5-99), poi assorbita dall’Mps grazie all’ok determinante del mantovano Colaninno, presente nel consiglio di amministrazione della Bam. Un bell’intreccio, anche se alla fine i nomi che spuntano sono sempre gli stessi: tranne uno, mai presente alla luce del sole ma sempre presente in queste operazioni. Stessi luoghi: il Salento, Mantova e poi New York, dove ha sede quella Chase Manhattan Bank socia all’1,62 della società lussemburghese Bell di Gnutti e company. Disse Roberto Colaninno il 24 agosto del 1999 alla platea del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini: «In 10 minuti dalla Chase Manhattan Bank ebbi la lettera di garanzia per 25 miliardi di dollari (oltre 45.000 miliardi di lire). Il vicepresidente John Lee mi disse sorridendo: Roberto hai il tuo prestito. Se hai bisogno di qualcosa chiamami. Questa è la dimostrazione che non è vero che i soldi non ci sono, che il mondo non mette i soldi in Italia. I soldi ci sono, basta avere idee e coraggio». E che coraggio, signori.
Ma veniamo a fatti un po’ più recenti, esattamente all’inizio di novembre del 2001. Alla presentazione del bimestrale della scintillante, ricca e superoperativa Fondazione ItalianiEuropei di Massimo D’Alema, le cronache hanno notato la presenza di Vittorio Cecchi Gori: purtroppo, però, non lo hanno pedinato. Avrebbero scoperto, ad un certo punto, che l’ex magnate del cinema è stato prelevato e condotto in una stanza di palazzo Borghese da Massimo D’Alema in persona e quindi introdotto alla presenza del direttore del Monte Paschi di Siena, proprio Vincenzo De Bustis. Le cronache più indiscrete dicono che il dalemiano di ferro De Bustis fosse stato investito (da Baffino?) di risolvere i problemi economici di Cecchi Gori, ad esempio scontare cambiali ipotecarie su beni immobili di palazzo Borghese per 70 miliardi. Detto, fatto. E bocciato. Davanti al no del consiglio di amministrazione del Montepaschi, De Bustis “che come direttore generale può deliberare fino a 20 miliardi” non se l’è sentita di firmare senza l’unanimità del consiglio. Sempre gli stessi personaggi, più qualche comparsa. E arriviamo ai giorni nostri: De Bustis se ne va perché intende esaurito il proprio mandato, la “banca del popolo” si trova nel mirino del popolo fregato dai contratti all’epoca sponsorizzati da Sharon Stone e l’ex presidente di Banca 121 (fu Banca del Salento, controllata Monte dei Paschi di Siena) si scopre indagato per truffa dalla procura della Repubblica di Lecce. Cosa c’entrano tutte queste cose insieme? Nulla, l’avevamo anticipato: questo è uno scenario ipotetico, un collage di notizie che vedono rincorrersi sempre gli stessi nomi e le stesse sigle. Un puzzle cui manca un tassello: perché tra la valutazione e il costo effettivo per l’acquisizione della Banca del Salento da parte di Mps c’è una differenza di 1.000 miliardi di vecchie lire? Aspettiamo risposte, meglio da un ufficio stampa che da uno legale. Se possibile. 
Mauro Bottarelli